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Diario di lettura/DIARIO DI UN LETTORE - W.G. Sebald, Austerlitz, Adelphi 2002

l.g.



Prime impressioni e primi pensieri

23 aprile 2003

Austerlitz, Sefarad, il caso:

i libri si parlano, nel cuore del Novecento



Il narratore, descrivendo Austerlitz, protagonista della storia, dice:



::::: Fin dall'inizio ho sempre trovato sorprendente il modo in cui Austerlitz costruiva i suoi pensieri nell'atto stesso di conversare, come riuscisse a sviluppare le frasi più armoniose da una sorta di svagatezza e come la trasmissione delle sue conoscenze attraverso il racconto rappresentasse per lui l'avvicinamento graduale a una sorta di metafisica della storia, in cui il ricordo tornava ancora una volta a vivere. (pagina 19) :::::



Qui, in queste parole, già si affaccia in maniera esemplare il tema del ricordo, della memoria e del racconto come passaggio necessario per scoprire l'identità e avvicinare la realtà.

Un tema presente con grande intensità anche nel precedente libro del Gruppo di lettura (Gdl): così le poche pagine fino a oggi lette di Austerlitz, in sé stesse sorprendenti, lo diventano ancora più per la straordinaria affinità con alcuni aspetti di Sefarad di Antonio Munoz Molina.



Sorpresa che più avanti diventa meraviglia.
Nel suo girovagare il narratore è ad Anversa - città nella quale ha conosciuto Austerlitz - e si trova Fort Breendonk, una delle fortificazioni volute nel corso dell'Ottocento e terminata proprio alla vigilia della Grande Guerra, durante la quale, per altro, si rivelò inutile.

Nel corso dell'occupazione nazista, Breendonk diventa il famigerato luogo di detenzione e tortura e di prigionia di prigionieri politici e di ebrei: un vero e proprio lager, che rimase in attività fino all'agosto del 1944.

Ebbene, l'autore lo visita: siamo nel 1966 ed è stato trasformato in un museo dedicato alla resistenza.

Al momento di descrivere quella visita però capisce di aver perso molti dei dettagli, e il ricordo è andato "oscurandosi" nel corso del tempo



:::: o piuttosto si oscurò, se così si può dire, il giorno stesso in cui misi piede nella fortezza, forse perché non volevo vedere realmente ciò che là si vedeva oppure perché, in quel mondo illuminato solo dal debole chiarore di poche lampadine e definitivamente separato dalla luce della natura, i contorni delle cose parevano venir meno. (p. 30) :::::



Ma anche al momento di scrivere il libro che ricorda Breendonk, davanti alla pianta della fortezza,



:::: l'oscurità non si dirada, anzi si fa più fitta al pensiero di quanto poco riusciamo a trattenere, di quante cose cadano incessantemente nell'oblio con ogni vita cancellata, di come il mondo si svuoti per così dire da solo, dal momento che le storie, legate a innumerevoli luoghi e oggetti di per sé incapaci di ricordo, non vengono udite, annotate o raccontate ad altri da nessuno; (p. 31) :::::



A pagina 33 poi, ecco che il tema della storia, della memoria, del narrare come medicamento per lenire la perdita - così forte nel romanzo di Munoz Molina - in Austerlitz è proclamato a sostegno dell'intero romanzo; questo insieme di pensieri e sensazioni diventa addirittura continuità quasi fisica con Sefarad: il narratore ci ricorda infatti che fu proprio a Breendonk che venne torturato Jean Améry. E Améry è fra gli ispiratori di Sefarad, come ricorda esplicitamente Munoz Molina nella "Nota sulle letture" che fa da postfazione al testo, ed è una presenza imponente in molte parti del romanzo.



IL CASO

Infine due annotazioni che ancora "rimandano" a temi che il Gdl ha frequentato:

gli incontri del narratore con Austerlitz sono governati dalle coincidenze, dal caso, come più volte in queste prime pagine viene esplicitamente riferito:



:::: le nostre strade si sarebbero tuttavia incrociate, in un modo per me ancor oggi inspiegabile, nel corso di quasi ogni mia escursione - assolutamente non programmata - fatta in quegli anni in territorio belga. (p. 35) ::::



e ancora alla stessa p. 35 e poi p. 36, 39 e 47.




IL PROGETTO E IL SUO CONTRARIO E LA METAFORA

La seconda annotazione riguarda un motivo cruciale del Novecento e dell'intera modernità, del quale il Gdl ha accennato discorrendo di Sefarad e poi, alcuni di noi, in margine all'ultimo incontro: su come la scia di sangue lasciata dal secolo scorso fosse, in parte, risultato proprio dei grandi progetti di progresso, della costruzione dei grandi artifici utopici, quasi di redenzione, che si sono trasformati nel loro contrario, nella negazione di tutte le intenzioni e della stessa umanità, nel nome della quale erano stati creati.



Queste prime pagine di Austerlitz sono ricche di pensieri sul tema, anche se lo affrontano lateralmente, quasi metaforicamente: soprattutto ponendo lo sguardo sugli edifici che finiscono con l'essere usati per scopi differenti da quelli previsti; fino al pensiero più esplicito, quando Austerlitz racconta, ci dice il narratore, come nel corso del xix secolo



:::: la visione di una città operaia ideale, sorta nella mente di alcuni imprenditori filantropi, si era trasformata di colpo nella prassi di accasermare la gente, e d'altronde i nostri migliori progetti si ribaltano sempre nel loro esatto contrario al momento della realizzazione. (p. 36) ::::



scusate la lunghezza

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