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uscire dalla paura di avere paura

Messaggio di Vera



"da L'epoca delle passioni tristi di Miguel Benasayag; G�rard Schmit , Feltrinelli 2004, pag. 127, 129



"le riflessioni e le ipotesi che abbiamo proposto non hanno evidentemente niente a che vedere con un trattato, ma sono un invito, l'inizio di un cammino che desideriamo condividere con tutti quelli che non si rassegnano alla tristezza dominante nelle nostre società .

Le passioni tristi, l'impotenza e il fatalismo non mancano di un certo fascino. E' una tentazione farsi sedurre dal canto delle sirene della disperazione, assaporare l'attesa del peggio, lasciarsi avvolgere dalla notte apocalittiche, che dalla minaccia nucleare alla minaccia terroristica, cala come un manto a ricoprire ogni altra realtà.

E' a questo che ciascuno di noi deve resistere� creando. Infatti sappiamo bene che le passioni tristi sono una costruzione. Un modo di interpretare il reale, non il reale stesso. Non possono far altro che arretrare di fronte allo sviluppo di pratiche gioiose.

Certo, la nostra epoca scopre le falle del progetto della modernità(rendere l'uomo capace di cambiare tutto secondo il suo volere) e resta paralizzata di fronte alla perdita dell'onnipotenza. E' anche vero che il discorso sull'insicurezza, servito in tutte le salse, è diventato una sorta di "significante dominante" che vuol dire tutto perché, in fondo, non vuol dire niente....Bisogna però fare molta attenzione .Il discorso sulla sicurezza che giustifica la barbarie e l'egoismo, e che invita a rompere tutti i legami, assomiglia come una goccia d'acqua al discorso sullo "spazio vitale" tenuto nella Germania indebitata e disperata degli anni trenta. Quando una società in crisi aderisce massicciamente e in modo irriflesso a un discorso di tipo paranoico in cui non si parla d'altro se non della necessità di proteggersi o di sopravvivere, arriva il momento in cui tale società si sente "libera" dai principi e dai divieti "Cari concittadini, l'ora è grave... In nome degli ideali superiori tutto è permesso". La barbarie bussa alla porta.



I temi della sicurezza, delle condizioni della civiltà e della solidarietà, della protezione delle persone soprattutto dei più deboli ci interessano come clinici e come cittadini. Ma l'illusione dell'estirpazione radicale dell'insicurezza appartiene ancora all'utopia modernista dell'onnipotenza umana ,di cui non si può non constatare la sconfitta. Fronteggiare la crisi significa innanzitutto riconoscerla e accettarla per favorire l'emergere di nuovi miti e di nuovi valori. Come "clinici", non vogliamo che i nostri pazienti diventino "più forti " dei loro vicini perché non desideriamo che vivano in un mondo di bruti. Anzi lavoriamo con loro proprio per cercare di contrastarlo Non dobbiamo quindi accontentarci di far comprendere i problemi a livello razionale e intellettivo : significherebbe riconoscere la nostra impotenza . Possiamo cercare di superarla interrogandoci sui percorsi da intraprendere per andare verso la potenza e poi cercando di creare questi percorsi.

"Per evitare la trappola dei desideri velleitari ,dobbiamo sostenere i legami concreti che spingano le persone fuori dall'isolamento nel quale la società tende a rinchiuderli in nome degli ideali individualistici. Per questo pensiamo che la presa in carico psicoterapeutica parta dalla profonda necessità di creare dei legami. Dobbiamo però insistere sul fatto che non contrapponiamo all'individuo un istanza collettiva. Piuttosto opponiamo lo sviluppo della persona all'impotenza dell'uomo. Come possiamo evitare di fare del paziente un uomo isolato con i suoi problemi e accompagnarlo in quanto persona che esiste e si sviluppa nella sua molteplicità all'interno della molteplicità del mondo e delle situazioni? E dire molteplicità significa dire assunzione dei legami del comune - del comune con gli altri con l'ambiente e con sé stessi

In conclusione per condurre a buon fine il lavoro clinico e psicosociale, per uscire dalla cultura del malessere e della disperazione,� un po' di coraggio! E' il cammino da scegliere perché accompagna i nostri pazienti verso una dimensione di fragilità ,in cui l'immaginario brutale che divide il forte e il debole non vale più ,e in cui va riconosciuta e assunta questa realtà ontologica: siamo salpati tutti nella stessa barca e , nella tempesta nessuno può salvarsi da solo. E' il cammino che abbiamo imboccato e di cui vogliamo condividere la costruzione. questo è il nostro invito."

Il brano tratto da questo volume interessante di due psicoterapeuti che lavorano nel campo delle psicopatologie giovanili.



mi è sembrato questo brano un invito attuale a una riflessione "propositiva" e non convenzionale per cercare di uscire da questa crisi di impotenza che attanaglia me e credo molti di noi , Si può uscire dalla "paura di avere paura"?



Vera


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