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Il destino, le correzioni, franzen e le passioni tristi

Fra i tanti suggerimenti che arrivano da _l'epoca delle passioni tristi_
di Miguel Benasayag - Gerard Schmit, mi colpisce quel che è scritto a
pagina 104, nel paragrafo "il destino e la fragilità". Mi colpisce e
suscita molte riflessioni e un desiderio di approfondire.


La libertà, dicono gli autori, consiste nell'*assumere il proprio
destino* (destino che non coincide con la fatalit�).

" Il destino è il fatto di essere nel mondo, senza che alcuna distanza
ci separi da esso. Noi siamo ciò che è dato, ciò che viene tessuto da
una certa epoca e per una certa epoca.

(...)

"Il destino è quell'insieme complesso di condizioni, di storie e di
desideri che si incrociano e si intrecciano determinando una
singolarità, una persona. E' costituito dai legami che creiamo e
sviluppiamo liberamente. Per questa ragione la libertà non consiste
nella scelta tra il dominio (di sé, degli altri e del destino) mediante
la forza e la sottomissione, la debolezza.

"*La libertà, conciliata con il destino, ci installa in una dimensione
di fragilità.*
Questa fragilità non è né una forza né una debolezza, ma rappresenta una
molteplicità complessa e contraddittoria da assumere nel suo insieme.
Entrare nella fragilità significa vivere in un rapporto di
interdipendenza, un una rete di legami con altri. Legami che non devono
essere visti come fallimenti o successi, ma come possibilità di una vita
condivisa."



Si potrebbe continuare con la citazione; ma già questa basta: perché mi
sembra che qui ci sia un legame forte, con molte delle *storie che
leggiamo nei romanzi*: perché i romanzi ci aiutano a capire proprio
questo *destino*, la necessità di assumerlo come proprio, di non
fuggirlo, non negarlo. In fondo il fatto che si compia il destino di un
personaggio in un romanzo ci insegna anche questo, che si può lottare,
combattere, avere ambizioni e desideri, trasformare e trasformarsi, che
sempre però l'io *deve fare i conti con i legami con gli altri*, non può
nascondere o ignorare questi legami; i legami e le situazioni che creano sono il terreno sul quale cimentarsi, dal quale non si può prescindere; a partire dal quale muovere, anche quando si vuole *trasformare*. Che è un po' quel che fanno quasi sempre i personaggi dei romanzi, che vivono, nel corso delle pagine, passaggi da una istuazione a un'altra; ma sempre fanno i conti con quel che li circonda, non possono ignorare le situazioni, non posssno rifugiarsi in una spirale di presunta onnipotenza che no tengfa conto dei punti di partenza (il consumo sfrenato trasmette [o cerca di trasmettere] l'impressione che tutto sia possibile, senza limiti, _basta avere il denaro_



_Non è rassegnazione_

Proprio _Le correzioni_, il libro di Jonathan Franzen che abbiamo appena
letto, mi sembra un'illustrazione forte, quasi esemplare dell'importanza
decisiva di *assumere il proprio destino*, di accettare l'idea di
vivere in rapporti di interdipendenza con gli altri, nel "tessuto"
nel quale il nostro tempo ci ha calato.


Il che - mi sembra importante sottolineare anche questo - non significa
*rassegnazione* di fronte al dato di fatto, alla realtà come fosse
immodificabile; perché solo se si riconosce il nostro essere in questo
tessuto e in questo tempo (la nostra fragilità) si assumono anche le
proprie possibilità e la propria libertà. Anche di cambiarlo. Senza fughe in avanti che portano poi solo frustrazione, per il fallimento dell'illusione d'onnipotenza legata all'idea che solo se ci si arma si vince; oppure che portano alla disperazione e al senso di totale inpotenza



ciao a tutti



_Luigi

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