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narrazione orale, lettura, un articolo di Mario Vargas Llosa - segnalato da Adele S.


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Originally uploaded by Klaus RM.
prima di tutto ben trovati e come al solito con argomenti intorno alla lettura sempre cosi' interessanti. A tal proposito vi segnalo un articolo che ho teste' letto su Stampa Web, il sito del quotidiano torinese. E' di Mario Vargas LLosa e si intitola" l'incantatore di libri": Parla proprio di una sua esperienza personale di trasposizione orale di un suo proprio libro. Credo sia pertinente e anche interessante per le vostre tematiche che in questo momento avete sul tappeto. Saluti Adele

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L’incantatore di libri
In California i sortilegi d’un modesto conduttore di programmi radio

DA quando ho iniziato a pubblicare libri mi hanno fatto> decine, forse centinaia di interviste, e di nessuna ho conservato alcun ricordo. Eccetto una, che con il trascorrere del tempo ha assunto proporzioni mitiche nella mia memoria. Tutto accadde una ventina di anni fa, nel corso di un folle viaggio di dieci giorni per gli Stati Uniti, in occasione della presentazione di uno dei miei romanzi in inglese. Passavo da una città all'altra con voli che duravano a volte quattro o cinque ore e in ogni luogo ero sottoposto a una vertiginosa serie di conferenze stampa, dialoghi, autografi, conversazioni, pranzi e cene che alla notte mi facevano crollare sul letto, non addormentato, ma privo di sensi per appena tre o quattro ore di sogni angosciosi e inquietanti. Tuttavia le ventiquattro ore che trascorsi a Los Angeles giustificarono quel viaggio nel quale stavo quasi per rimetterci le penne. Cominciò all'alba, quando la persona incaricata di accompagnarmi per gli impegni del giorno venne a prendermi all'hotel per portarmi in un college in un sobborgo di neri della città, dove, mi spiegò, si era dovuto «rifugiare» il direttore del programma della radio che mi avrebbe intervistato. Si chiamava Il divoratore di libri (da non confondere con la «tarma», per favore). «I programmi dedicati alla letteratura hanno una vita difficile in questo paese», precisò.

Poi aggiunse che, nonostante la sua misera apparenza, Il divoratore di libri era seguito in tutta la California dalle persone che frequentavano librerie e acquistavano libri. E che era un vero privilegio partecipare a questo programma perché il suo conduttore era molto «discriminatorio» (parola che in inglese è un elogio). Sì, il locale non poteva essere più miserabile. Un piccolo capannone scuro, in un angolo sperduto di un college di terza o quarta categoria, diviso da un vetro sporco a un lato del quale si trovava il tecnico con la sua attrezzatura di registrazione e, dall'altro, il «divoratore» in persona, seduto su una sedia da invalido. Si trattava di un uomo giovane, ben messo e che, nonostante la sua limitazione fisica, si muoveva con disinvoltura. Sembrava molto serio. Mi sistemai come potevo al suo fianco e mi spiegò che il programma, della durata di un'ora, consisteva in una prima mezz'ora in cui lui «avrebbe raccontato» il mio libro agli ascoltatori, illustrando il racconto con alcune letture e che, nella seconda metà, avremmo conversato.

Non appena cominciò a parlare rimasi colpito da quello che diceva e, quasi immediatamente, conquistato. Avevo l'impressione che parlasse di un libro estraneo, ma non perché tradisse minimamente la mia storia, ma perché la sua sintesi al contrario la valorizzava, depurandola e riducendola all'essenziale. Non faceva la benché minima critica, non dava alcuna opinione personale, si limitava a «raccontare» il romanzo con una neutralità assoluta, scomparendo dietro i personaggi e la storia, sostituendoli in certo modo, con una destrezza assoluta e con piccoli ma efficaci effetti - pause, enfasi, cambi di tono - che arricchivano straordinariamente quello che raccontava. Non solo aveva letto il libro in modo esauriente; aveva selezionato con tanta accuratezza i frammenti che mi fece leggere che questi, mentre illustravano con grande precisione il suo racconto, lasciavano nell'ascoltatore una curiosità affannosa su quello che succedeva dopo. Il dialogo fu per me sorprendente come la prima parte del programma.

Le sue domande non cadevano negli inevitabili luoghi comuni né si allontanavano minimamente dal libro oggetto di quell'incontro. Anzi, mi obbligavano a tornare all'epoca in cui per la prima volta ebbi l'idea di quella storia, a ricordare le esperienze che me l'avevano suggerita, e, poi, il processo in cui la plasmai in parole, le letture, gli avvenimenti, le memorie di cui mi ero servito al momento di scriverla e, infine, a rivelare quelle intimità più segrete che, come accade quasi sempre quando uno scrive un romanzo, emergevano, attratte misteriosamente dall'immaginazione per irrigarlo, per dare una parvenza di vita ai fantasmi. Quando terminammo mi complimentai, lo ringraziai, gli dissi che con lui avevo imparato molto su di me, e che era un favoloso narratore di storie. Rimase un poco intimidito dal mio entusiasmo.

Era un uomo modesto, che, a quanto pare, non aveva la minima consapevolezza della sua genialità. Con il suo programma credeva di non fare altro che soddisfare la sua passione di lettore e guadagnarsi a fatica il pane, cercando di contagiare i suoi ascoltatori con l'appetito per la letteratura. Ma la verità è che Il divoratore di libri era molto di più di questo. Una variante contemporanea dell'antichissima tradizione dei cantastorie, i remoti precursori degli scrittori, quei giullari che dalla notte dei tempi hanno accompagnato il cammino della storia vera aggiungendole una storia finta, inventata, mentitrice, indispensabile per rendere più grata, o meno ingrata, la vita degli esseri umani.

Solo che, «il divoratore» della mia storia - è una vergogna che non ricordi il suo nome, o, forse, non l'ho mai saputo -, invece di inventare storie, le adattava, prendendole dai libri che gli piacevano e trasformandole in storie orali, come quelle che narravano le streghe davanti al fuoco o che ancora raccontano, nei paesi antichi, come l'Irlanda o le tribù indigene del Canada, degli Stati Uniti, del Messico, del Guatemala o delle Ande, i giullari ambulanti. A mala pena potei conversare con lui, perché la mia implacabile guida mi trascinò immediatamente al secondo appuntamento della mattina. Nell'auto che ci riportava nel centro di Los Angeles le dissi che il programma del «divoratore» mi era sembrato straordinario. «Certo, commentò, è importante parteciparvi. Ma si tratta di una persona molto difficile. Molto indipendente. Parla di libri solo quando gli piacciono. E per principio, rifiuta tutti i best seller, senza leggerli».

Pensai che con tale politica, il mio stimato «divoratore» sarebbe morto di fame o presto avrebbe perso il suo programma. Non fu così. Parecchi anni dopo, a New York, lo incontrai di nuovo, sempre di fronte a un microfono, questa volta in uno studio fresco ed elegante di Manhattan. In quell'arco di tempo, Il divoratore di libri aveva fatto un salto spettacolare. In quel momento, non solo si ascoltava in California, ma anche in tutti gli Stati Uniti, dove un gran numero di emittenti lo aveva adottato. Ma né il formato, né il rigore e l'originalità con cui il suo conduttore presentava il programma avevano subito innovazioni. Il «divoratore» continuava a raccontare i libri che commentava con la stessa accattivante perizia che ricordavo e sottoponendo l'autore a un interrogatorio appassionante, a una vera catarsi creativa.

Ma torniamo a Los Angeles, a quel magnifico e indimenticabile giorno. Ho dimenticato cosa feci quella mattina e quella notte, ma sono certo che dovetti rispondere a molte domande sul «realismo magico», la «responsabilità sociale dello scrittore» e cose analoghe. Ma ricordo bene che al tramonto firmai diversi libri in una libreria di Westwood, il cui proprietario, un californiano di origine tedesca, mi invitò a cena. Cercai di sottrarmi, perché ero stanchissimo, ma lui insistette e mi rallegro che lo abbia fatto poiché fu una delle cene più istruttive e feconde che possa ricordare. Grazie ad essa fui travolto da una passione per Mahler che mi accompagnerà fino alla morte.

Il libraio in questione era un appassionato di musica classica e durante tutta la cena, con una veemenza inaspettata e un'enciclopedica conoscenza, mi parlò delle dieci sinfonie del musicista austriaco, comparando le sue strutture con quelle dei grandi romanzi, da Thomas Mann a Proust, da Dos Passos a Faulkner, sinfonie nelle quali, diceva, fischiando o canticchiando improvvisamente certi motivi, il trattamento del tempo era così inventivo come lo è nelle grandi opere della letteratura. Conosceva tutti i minimi dettagli della gestazione di queste sinfonie e ancora ricordo la notevole drammaticità con cui evocava -né più né meno come lo avrebbe fatto il «divoratore» della mattina - l'estate del 1910, nella quale Mahler, già ammalato di cuore, devastato dalla scoperta che Alma, sua moglie, lo tradiva con l'architetto Walter Gropius, e in seguito ad un viaggio in Olanda per consultare Sigmund Freud perché gli consigliasse come salvare il suo matrimonio, riuscì a comporre la Decima Sinfonia in appena un paio di mesi. Oltre a rappresentare canti alla morte, assicurava, il paradosso di tutte le sinfonie di Mahler è che la vita sboccia e zampilla e ci fa sentire quanto ricca, varia, intensa e profonda è quell'esistenza che perdiamo. Perché questo è Mahler: un'anticipazione atroce della nostalgia della vita che verrà con la morte.

Non so se la sua interpretazione di Mahler fosse corretta, ma non m'importa nulla. Per me, quello che disse fu contagioso come un virus mortale. Non appena possibile cominciai ad ascoltare Mahler con un orecchio e una mente straordinariamente sensibilizzati dalle sue parole, e a leggere biografie e testimonianze su di lui e persino a visitare i luoghi dove nacque, visse e compose. Che ingratitudine non ricordare il nome del "divoratore" né quello del libraio di Los Angeles. Ma, sebbene tardi e male, ringrazio entrambi per una giornata memorabile.

Copyright El Pais Internacional
Traduzione del Gruppo Logos

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