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Giorello, Di nessuna chiesa. Un po' di appunti dalla discussione di giovedì 14 gennaio


Hermenutics
Originally uploaded by mdshivers.
_UNO_
Giulio Giorello, Di nessuna chiesa. Raffaello Cortina
Cominciamo con una questione su cui un po' tutti eravamo d'accordo. Il libro - più o meno condiviso nelle tesi di fondo (il + o - riguarda alcuni distinguo su passaggi però molto importanti, sui quali torniamo) - mostra tutte le caratteristiche di un "instant book": qualche accenno di troppo alle vicende di questi mesi; ma soprattutto, insufficiente spiegazione di alcuni concetti fondamentali, il che, in alcuni casi, rende i passaggi non proprio chiarissimi.
Per esempio, i brevissimi cenni al "piagnisteo" (le virgolette sono fi Giorello e il riferimento è quasi sicuramente il libro di qualche anno fa scritto da Robert Hughes, La cultura del piagnisteo, Adelphi ) che dovrebbero introdurre la questione delle forme diciamo così "democratiche" di ricerca di principi assoluti, sono insufficienti per rendere abbastanza forte e evidente questo tema, decisamente importante.
Importante perché aiuterebbe molti a non vedere solo nelle chiese vere e proprie il tarlo della voglia di valori supremi o di fedi "nel cui nome dal sfogo alla 'testarda smania di proibire'"; tarlo che tanto male a fatto anche fra chi si è sempre vantato di essere ateo.
Insomma era questa un'occasione per gridare forte che si può finire dentro le chiese anche quando si crede di averle abbandonate, quelle parrocchiali e quelle del Partito.

Inoltre, le citazioni di altri autori con cui Giorello argomenta sono troppo lunghe se confrontate con le righe dedicate complessivamente a quel tema (questa osservazione la dobbiamo a Ilaria): quindi le citazioni non aiutano nella comprensione, a volte complicano tutta la faccenda.
Insomma, un testo che non è abbastanza divulgativo per essere un pamphlet e non è sufficientemente articolato per essere un vero saggio. Marilena suggerisce addirittura che si intraveda un lavoro frettoloso per rimaneggiare semplici appunti e arrivare alla rapida pubblicazione di un libro.

Per adesso mi fermo, nel prossimo provo ad affrontare un paio di punti controversi.
Naturalmente darei un bacio in fronte a chi volesse contribuire con pensieri e altro alla ricostruzione della discussione.
O a chi volesse dire la sua pur non avendo partecipato al Gruppo di lettura
_L

---
Questo è uno spazio aperto. Scrivete!! gruppodilettura@gmail.com
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*Bacio in fronte* a Luigi che rilancia la bella discussione di ieri sera! Contrappunto riprendendo sinteticamente alcune abborracciate osservazioni che ho fatto in riunione.
Pienamente consenziente con il tema della laicità contrapposta agli integralismi e ai fondamentalismi religiosi, rilevo questi limiti nell'impostazione di Giorello:
- l'angolazione da cui egli inforca l'argomento rischia di ammettere come unica fondazione possibile di un pensiero e di un atteggiamento laico quello che si richiama all'impostazione razionalistico-scientifica fallibilista e popperiana. (Naturalmente è pienamente legittimo che Giorello affronti il tema dal punto di vista più congeniale alla sua formazione e inclinazione: occorreva però che, almeno in una noterella interparentetica, facesse balenare l'idea che si può essere degnamente laici anche se si parte da altri presupposti filosofici).
- da questo punto di vista penso che l'idea che Giorello sottintende, ossia quella che tutto il dogma stia dal lato della religiosità e tutto il dubbio da quello della scienza, è contraddetta almeno da alcuni fatti a) la scienza nel suo impetuoso sviluppo novecentesco ha dimostrato di saper essere altrettanto dogmatica della religione (vogliamo fare qualche esempio? gli scienziati che assumono il cosiddetto progresso scientifico come un valore in sé; Oppenheimer che lavora all'atomica e poi giustamente si pente; chi pensa che esista un'unica Medicina e le altre siano imposture; chi pensa che il progresso sia la TAV e i valsusini siano cavernicoli; chi respinge come non scientifico il principio di precauzione sostenuto dagli ecologisti, che altro non è se non il principio del dubbio metodico applicato al campo della scienza e della natura) b) il connubio scienza-potere (come quello religione-potere) dà luogo a una formidabile ortodossia, altro che fallibilismo.
- viceversa, ci sono esperienze religiose (di "fede" e spesso, come Giorello, "di nessuna chiesa") che si sono dimostrate rispettose della laicità perché fondate su una intrinseca struttura dialogica. Posso dire che quelli della Casa della Carità mi sembrano più laici di certi popperiani come Pera o di certi "atei devoti" come si definisce Giuliano Ferrara? Ho ricordato Unamuno, pensatore cattolico e anche tradizionalista nella Spagna della guerra civile: "Coloro che non dubitano non credono". Abbiamo ricordato Don Milani: cattolico ortodosso, da certi punti di vista, ma non potrò dimenticare mai che lezione è stata per me e per tantissimi altri "L'obbedienza non è più una virtù" e "Lettere a una professoressa".
Personalmente penso che la affermazione di ateismo sia altrettanto dogmatica del suo contrario; sono agnostico dubitante, laico (per certi versi anche anticlericale), ma cerco anche di essere sempre rispettoso della trascendenza e del mistero.
Mi fermo qui e, se il dibattito s'accende, tornerò sul tema che abbiamo solo sfiorato, quello della "tolleranza".
Ciao

Luca Ferrieri

I took that photo! Nice!

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