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Vignette, Giorello e Galimberti: libertà d'espressione, tolleranza e politica

Fra le idee e i sentimenti suscitati dall'ondata di proteste nel mondo mussulmano contro le vignette, mi pare che si possa un po' mettere alla prova quanto scrive *Giulio Giorello* in _ Di nessuna chiesa _ e quanto abbiamo discusso e ricavato nel Gruppo di lettura.

*Jean Daniel*, su _ Repubblica _ di venerdì 3 febbraio 2006 scriveva che se pure inopportune e sbagliate politicamente, e prive di qualsiasi valore artistico, quelle vignette *non devono essere vietate*: perché la libertà d'espressione non può essere limitata, altrimenti si mette a rischio la libertà di tutti. Giorello sosteneva nel suo libretto lo stesso punto di vista: lo abbiamo detto e ripetuto. Il riferimento è *Voltaire*: non sono d'accordo con quello che dici ma mi batterò fino alla morte perché tu possa dirlo (cito un po' a memoria).
Altrimenti il pericolo è che si affermi il principio della proibizione dell'espressione, quella voglia di vietare che prende la mano ai preti, ai censori, agli scientisti, ai fanatici del politically correct, ai politici permalosi, ecc, in nome di valori di ogni tipo, ma con il medesimo risultato: *reprimere una delle libertà essenziali*.

Su questo io sono assolutamente d'accordo! Nella discussione abbiamo fatto anche degli esempi limite e molto indigesti (per esempio: è più pericoloso vietare la propaganda nazista che stabilire il principio che ci possa essere qualcosa forma di espressione che possa essere vietata).

Certo, dovrebbe intervenire la politica, la cultura, la compassione e il buon senso e forse il buon gusto per non arrivare a ferire le *sensibilità* altrui in ambiti così delicati e sensibili come i temi religiosi e in momenti pericolosi come questi. Ma una volta che non si esercitano queste facoltà, il danno minore è quello che deriva dal non proibire.

*Umberto Galimberti* su Repubblica di oggi, invece, non sembra d'accordo: riferendosi esplicitamente a quanto detto da Daniel dice: non è vero che non possono essere vietate quelle caricature in nome dei principi di civiltà: "perché tra i principi di civiltà c'è anche l'assoluto rispetto delle religioni altrui". Il che sembra implicare un *invito a proibire* in nome del "rispetto assoluto di quella parte pre-razionale di ciascuno di noi, dove è anche la matrice della nostra identità e della nostra appartenenza".

Condivido *quasi* tutto quello che ci propone Galimberti in questo articolo (soprattutto la questione del rispetto) *tranne* questa licenza di proibire. Che però è un aspetto fondamentale della faccenda.
Altrimenti, se accettiamo di proibire, anche nel nome del rispetto delle religioni e delle sensibilità, rischiamo situazioni o autoritarie o di freno a qualsiasi ricerca, analisi, ricostruzione storica, espresisone artistica che avvicini questi temi sensibili.

Un esempio illuminante di quanto sia pericoloso questa smania di proibire e censurare l'espressione ci viene fatto da *Antonio Mondaé che venerdì scorso (3 febbraio) su _ Repubblica _ ci racconta di come negli Stati Uniti ci sia una vera e propria corsa da parte di organizzazioni integraliste religiose a pretendere (e in molti cai a ottenere) la revisione o la proibizione dei libri di testo scolastici e universitari che a loro dire offendono o non rispettano la corretta interpretazione del proprio credo: induisti, musulmani, ebrei, cristiani.
Questi interventi censori, tra l'altro, comportano oltre all'azione illiberale di proibire e censurare il lavoro di studiosi, anche il rischio di ritrovarci con testi scolastici che non insegano più niente a nessuno perché si ispirano al principio di *non offendere nessuno*, come dice *Sigmund Ginsberg* in un altro articolo su _ Repubblica _ accanto a quello di Monda.
Insomma, il dibattito è ancora aperto. Che ne pensate?

ciao a tutti

_L

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